LE VOSTRE STORIE: Gabriella, volontaria in un carcere femminile.

Il quadrifoglio di Holly“, donatomi dall’autrice Gabriella Mazzotti, donna ravennate che stimo ed ammiro moltissimo, è un libro che ho letto tutto d’un fiato, poco più di un mese fa.

Prima di leggerlo sapevo dell’impegno di Gabriella, ma non sapevo davvero nulla di cosa significasse essere ospite di una casa circondariale, né delle infinite realtà che essa può racchiudere.

Il libro di Gabriella è stata un’illuminazione.
Avevo già in mente di aprire questa rubrica e, a mano a mano che andavo avanti a leggere i racconti, mi convincevo sempre di più che queste fossero storie importanti, da far conoscere.

Per questo sono davvero felice che Gabriella abbia accettato il mio invito a raccontare a Le vostre storie ciò che l’ha spinta a scrivere questo libro.

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Quando nel 2012, Alessandra Bagnara, Presidente dell’Associazione Linea Rosa e io, proponemmo alla Direzione della Casa Circondariale di Forlì di realizzare il Progetto “Il filo delle donne”, con la collaborazione delle ospiti della Sezione Femminile, non sapevo nulla del mondo carcerario.

Lavorare con le donne della Casa Circondariale di Forlì, della Rocca, trascorrere in loro compagnia tanti pomeriggi, mi ha fatto conoscere una realtà molto complessa che ignoravo.

Non sapevo che nel nostro Paese la percentuale di donne detenute sul totale della popolazione carceraria è del 4-5%, e come questo esiguo numero porti spesso alla mancanza di attenzione alle loro esigenze specifiche e non consenta l’attivazione e la realizzazione di attività utili al percorso di reinserimento, a partire dai corsi scolastici, ai percorsi di formazione professionali e alle attività lavorative.

Non sapevo che, come affermò un relatore ad un Convegno sugli Istituti penitenziari al quale partecipai, le donne in Carcere soffrono 10 volte di più rispetto agli uomini.

Sì, perché purtroppo anche in Carcere la donna è destinata a sopportare una maggiore sofferenza e non è difficile capirne i motivi.

Se l’uomo vive la detenzione con la certezza che la sua donna si occupa della casa, dei figli, di fargli visita e portargli cibo e vestiti puliti regolarmente, per la donna in carcere purtroppo non è così.

La donna vive la detenzione con grande senso di colpa, e cerca di dare coraggio a chi è fuori, ma spesso le relazioni con la famiglia vengono interrotte, ci sono separazioni, distacchi.

Ma il dramma più grande, riguarda le madri carcerate, sia che il figlio condivida la detenzione all’interno dell’istituto penitenziario, sia che venga affidato a strutture esterne al carcere.

A tutto questo si aggiungono la privazione della propria identità e femminilità, con la sottrazione di quegli oggetti quotidiani che fanno parte e caratterizzano il nostro mondo, come scarpe, documenti, accessori, farmaci, cosmetici, specchi, occhiali, e le difficoltà legate alla gestione della cura e igiene del proprio corpo, in un ambiente che deve essere condiviso in qualunque momento con estranee.

Certo è che la condizione delle donne in carcere, non è argomento che richiami particolare attenzione e si tende a liquidare il tutto con superficialità con affermazioni del tipo: “In fondo se la sono cercata ed è giusto che paghino”, come mi dissero qualche anno fa.

Avevo conosciuto alcuni personaggi molto noti che a mio parere avrebbero potuto portare la loro testimonianza di vita, molto significativa, in Carcere, ma quando li invitai ad un incontro alla Rocca di Forlì, la più giovane, una ragazza di neppure trent’anni, mi rispose:

“Perchè ti impegni tanto e organizzi iniziative in Carcere per il loro benessere? Se hanno sbagliato è giusto che paghino, non devono stare bene”.

Non mi aspettavo quella reazione così dura e cercai di spiegare che mi sembrava giusto promuovere iniziative tese a migliorare la vita di chi certamente ha sbagliato, ma non per questo non ha diritto ad una seconda possibilità.

Quell’incontro si concluse con una grande amarezza da parte mia perchè ero certa di non essere riuscita a convincere la mia interlocutrice.

Nei giorni seguenti pensai che forse le argomentazioni giuste, in grado di far cambiare idea a quella giovane donna, non potevano arrivare da me, ma dalle donne della Rocca.

Scrissi una breve storia, “Il quadrifoglio di Holly”, e glielo spedii.

Dopo qualche giorno mi giunse la risposta nella quale si scusava per essere stata troppo dura e mi diceva che quello che facevo era giusto e che era giusto proseguissi in quella direzione.

“Il quadrifoglio di Holly” era riuscito a far giungere il messaggio giusto.

Io con le mie parole avevo fallito, ma le donne della Rocca che avevano parlato per me, attraverso una delle loro storie, avevano raggiunto lo scopo.

Questo è il motivo che ha mi spinta a raccogliere alcuni miei ricordi e scrivere brevissime storie su alcune delle donne che ho incontrato in questi anni di Volontariato in Carcere.

Spero che conoscere le loro storie possa aiutare a cambiare il giudizio nei confronti di chi si trova a scontare una condanna e far capire che il cancello che si chiude alle loro spalle, spesso non è di ferro massiccio ma di carta velina e che il confine tra dentro e fuori, è sottilissimo e in un momento di difficoltà, di smarrimento, potrebbe accadere ad ognuno di noi di oltrepassarlo.

Per me questa è anche l’occasione per dire alle donne della Rocca che non le ringrazierò mai abbastanza, per aver permesso a me e alla mia Associazione Linea Rosa, di realizzare con loro tante iniziative e progetti e mi auguro anche che leggere queste poche pagine possa spingerle a scrivere e raccontare in prima persona le loro esperienze.

Gabriella Mazzotti

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Immagine di copertina: Style Me Pretty


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Valentina Crociani

Wedding blogger e giornalista. Celebro storie belle e condivido ispirazioni su matrimoni e lifestyle.

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